I SENTIERI DELLA POLITICA

GIOVANNI BACHELET (sbobinato dal testo a braccio)

400 anni della diocesi Fidenza 28/10/01

Mi rivolgo a cristiani, giovani e meno giovani, che si stanno chiedendo in quale Italia vivono e che cosa si può fare adesso. Non sono in grado di affrontare grandi scenari; darò solo alcuni suggerimenti a chi di loro volesse dedicare, come ho fatto io nel 1995-96, un periodo non piccolissimo della propria vita ad un servizio politico.

La politica è la forma più alta della carità

Il tema dell’impegno politico di un cristiano è importante e difficile. E’ importante per tutta una serie di motivazioni che ben si riassumono in un’affermazione di Paolo VI: “la politica è la forma più alta della carità”. La politica purché bene intesa, aggiungo io. Non sempre, infatti, questa sublime carità emerge dalle figure concrete che incontriamo nel mondo della politica: tra i politici (come del resto tra i professori universitari di fisica, categoria alla quale appartengo) ci sono quelli che fanno bene il loro dovere e quelli che non lo fanno; ci sono santi ed eroi, ma anche furbi e cialtroni. Perché allora porre la politica su un piano piú alto? Per spiegare l’affermazione di Paolo VI si può ricorrere ad un’altra affermazione, che cito a memoria, non avendo piú ritrovato il discorso originale, di Bob Kennedy: “quando la vita sorride si può essere indifferenti al governo in carica; però dalle politiche e dalle leggi che si fanno possono dipendere la speranza e la disperazione di milioni di persone nel proprio paese e, in parte, anche di miliardi di persone al di fuori di esso.” In altre parole: la politica, se rivolta al suo vero scopo, che è il bene comune di una comunità civile e del mondo intero, può avere un largo o larghissimo raggio di azione. Ciò non implica che tutti i cristiani debbano fare politica attiva in ogni momento della vita; ma implica che nessuno dovrebbe disinteressarsene completamente, e che per alcuni, o in alcuni momenti della vita, non occuparsene attivamente è una diserzione.

I martiri della politica

Infatti un secondo motivo per ritenere importante la politica è, per cristiani come noi, l’esempio di persone come Aldo Moro, Piersanti Mattarella, mio padre o Roberto Ruffilli, che hanno sentito, tra i doveri di un cristiano, anche quello di lavorare con altri uomini per il progresso e la libertà di tutti. Per questo hanno scelto da che parte stare, anche a rischio della vita, nel grande gioco della democrazia. Si tratta di un grande gioco entusiasmante ma drammatico, sempre per parafrase Paolo VI. Nel suo testamento spirituale Paolo VI diceva all’incirca: “il mondo non va abbandonato o disprezzato ma va studiato e amato. Cercare di trasformarlo vivendoci è un’avventura drammatica e meravigliosa.”

Prendere parte

Fare politica significa prendere partito; per questo il tema è difficile da affrontare in un incontro diocesano. Giovanni Paolo II anni fa, riprendendo la “Gaudium et spes”, aveva ribadito che “luoghi e momenti della fede e della formazione cristiana nella Chiesa dovrebbero rimanere ben distinti dalla politica propriamente detta, che è necessaria e importantissima, ma quasi necessariamente di parte”. In altre parole, facendo politica si è esposti a vittorie e cadute, sconfitte e conferme di cui la Chiesa non ha bisogno nel suo cammino, in quanto la Chiesa ha un compito molto piú universale e duraturo. La Chiesa vince o perde nei cuori, non nelle urne. Ma da cuori nasce anche l’impegno. Se la politica può comunque essere la forma più alta di carità e tanti cristiani nel mondo, da Martin Luther King a Beniño Aquino, hanno reso un insostituibile servizio al loro paese, è giusto che la Chiesa ci sproni. Come si fa a spronare all’impegno politico senza prendere posizione e porsi come parte tra le parti? Questa è una delle ragioni che rendono difficile il tema in ambito ecclesiale.

Come credenti, sotto la propria responsabilità

Nella campagna elettorale del 1996 ero l’avversario di Gianfranco Fini nel collegio di Roma Prati e me la sono cavata benino, anche se purtroppo, con il maggioritario, arrivare secondi è come arrivare ultimi. Se prendi 41.000 voti, mentre il tuo avversario ne prende 48.000, vai a casa. Nel collegio dove sono stato candidato abitavo da molti anni, ma non ho mai volantinato davanti alle chiese, né davanti alla mia chiesa, dove vado tutte le domeniche, né davanti alle altre chiese. Non ho mai fatto una riunione in una sala parrocchiale e questo ha ovviamente reso la mia campagna elettorale più costosa. Molti potenti nel corso dei decenni, anzi dei secoli, hanno visto la Chiesa soprattutto come un fatto sociologico, un luogo di aggregazione e formazione del consenso; da quando c’è la democrazia come un serbatoio di voti, da coltivare bene, soprattutto in campagna elettorale. Ma chi considera la Chiesa una famiglia si fa ovviamente qualche scrupolo a ragionare cosí. Anche oggi, invitato a parlare di politica in un’occasione che è ecclesiale e non politica, sento il bisogno di fare qualche premessa, proprio per il rispetto e l’affetto che ho per la Chiesa. Se mi chiamate a parlare di politica, non posso far finta di star sulla luna e far l’equidistante e il neutrale, visto che ho dedicato un anno della mia vita all’impegno diretto. Certo ho smesso da tempo, ma mi sento come il calciatore sulla panchina, che vede il compagno giocare e ovviamente spera che faccia gol. Insomma non riesco, non cercherò e non farò finta di essere neutrale. Cercherò, certo, di proporre riflessioni che penso siano utili anche a chi non la vede politicamente come me, qualche spunto, come oggi si dice, bipartisan. Ma non parlo a nome della Chiesa, bensí, come dice la Gaudium et Spes al n.76, sotto la mia responsabilità di credente.

Tre riflessioni

Vorrei proporre, in particolare, tre riflessioni: le mie tre principali scoperte fatte nella prima e finora unica annata d’impegno politico diretto, il 1995-1996. La prima riguarda valori e programmi, la seconda riguarda il rapporto tra uno e molti, e l’ultima la sfida e il senso di essere in politica da cristiani, o meglio quello che ha voluto dire per me e per coloro che ho conosciuto più da vicino.

1. Valori e programmi

Su valori e programmi faccio un raccontino vero che illustra il punto. Fra il 1981 e il 1982 facevo, per lavoro, la spola con gli Stati Uniti, e sono capitato a Messa nella cappella della Cornell University. Successivamente, con un amico, ho partecipato, sempre nella cappella, ad una riunione sulla pace e sui missili. Allora si stava discutendo sulla dislocazione in Europa dei Pershing e dei Cruise, missili da crociera, a lunga gittata. Io la consideravo una mossa inevitabile, visto che i Sovietici avevano schierato gli SS20. Ma in quell’occasione apprezzai il discorso di un giovane americano che disse: “il nostro Presidente è convinto che, per tutelare la pace, sia urgente schierare missili in Europa; invece noi riteniamo che per questo stesso scopo sia necessario utilizzare altre strade, non quella d’installare altri missili…”. Il discorso continuò indicando dati e motivazioni. Lo ascoltai con molto interesse, pur avendo un’opinione diversa, perché l’impostazione era convincente e rifletteva ciò che mio padre mi aveva spesso detto quando parlavamo di politica, cioè che, in una democrazia matura, la politica non consiste principalmente in una declamazione di valori o in una denuncia dei mali, ma nell’identificare la priorità dei problemi, la migliore ricetta e le persone più adatte a risolverli.

Naturalmente un’ispirazione profonda e una tensione verso libertà, uguaglianza, fraternità e pace sono necessarie e preliminari: i cristiani si alimentano del Vangelo. Questa ispirazione però viene prima della politica e vale per altri aspetti della vita, ad esempio per il matrimonio e per il lavoro. Ma su molti valori, almeno a parole, nessuno è contrario. Anche se nutriamo dubbi sulla sincerità di taluno di quelli con cui parliamo, è difficile trovare un interlocutore politico che dichiari pubblicamente di essere favorevole alla tirannia, alla disuguaglianza, all’odio e alla guerra. Il fatto di essere sinceramente favorevoli alla libertà, all’uguaglianza, alla fraternità e alla pace è la base di tutto, ma non ci dice quasi niente –purtroppo!– sui passi, sulle scelte politiche, economiche, istituzionali che ci avvicinano o ci allontanano da questi grandi obbiettivi. Dobbiamo concedere anche al peggior avversario politico il beneficio del dubbio: magari professa valori simili ai nostri proponendo dei mezzi sbagliati. Dobbiamo smascherare l’errore e, soprattutto, convincere gli incerti con argomenti solidi a favore delle nostre soluzioni individuando il modo in cui raggiungere la pace, l’uguaglianza o la fraternità. Persuadere, convincere con argomenti razionali: mio padre, quando sentiva pronunciamenti morali anche autorevoli su leggi o scelte politiche discutibili, ricordava che: “in democrazia non basta aver ragione, bisogna anche farsela dare dal 51% degli elettori”. E’ questo il cuore della democrazia. Se non ci piace o ci sembra troppo faticoso vuol dire che, consapevolmente o meno, rimpiangiamo l’assolutismo.

Qualche mese dopo, sempre fra il 1981 e il 1982, mi capitò di essere invece sul treno Pisa-Roma in compagnia di molti giovani che si recavano a Roma per manifestare contro i missili. Aprii la porta di uno scompartimento e sentii questo bellissimo slogan: “missili sì, ma in culo alla DC”. Mi misi a ridere di cuore, benché la DC fosse il partito per il quale allora votavo; ma ci rimasi anche un po’ male. Pensai: “ecco, sono tornato in Italia”.

A vent’anni di distanza l’impostazione laica anglosassone, che permette di affrontare i problemi e non fare la lotta tra gli imperi del bene e quelli del male, è ancora molto lontana dal nostro paese: non solo da coloro che paragonano le civiltà islamiche e occidentali. E’ lontana anche dai miei amici che vanno al G8 di Genova. Il mio primo spunto di riflessione è questo: diffidiamo dei leader politici piccoli e grandi, di destra o di sinistra, quando, invece di discutere l’ordine, la compatibilità, gli uomini e le donne con cui intenderebbero affrontare le emergenze e i vari problemi del paese, dell’Europa e del mondo, parlano di valori come la pace, la giustizia, lo sviluppo sostenibile, il rispetto dell’ambiente, la lotta al terrorismo, e, parlando fra cattolici, mettiamoci pure anche la civiltà dell’amore. Che cos’è la civiltà dell’amore? Qualcuno lo sa? Il rispetto della vita dalla nascita alla morte come si applica? Quando uno è già nato, vale di più o di meno di chi non è nato? Tutti questi slogan ci trovano pienamente consenzienti. Dovete stare attenti ai politici che vi parlano di valori e principi. Forse vogliono solo il vostro voto a basso costo.

Un esempio autentico, che ho preso dal mio avversario durante la campagna elettorale, è la seguente affermazione di principio: “lo Stato deve fornire assistenza medica e sociale gratuita a chi ne ha davvero bisogno”. Suona bene e suggerisce persino idee chiare e precise in chi la pronuncia. Però, rileggendola con attenzione, notiamo che nessuno potrebbe ragionevolmente negarla. Chi la nega dovrebbe ad esempio sostenere che “lo Stato deve fornire assistenza medica e sociale gratuita a chi non ne ha davvero bisogno”, oppure che “lo Stato non deve fornire assistenza medica e sociale gratuita a chi ne ha davvero bisogno”. Chi potrebbe sostenere queste due affermazioni, che sono negazione della precedente? Ovviamente nessuno. In altre parole, l’affermazione è vuota di qualsiasi valenza politica impegnativa.

Con questo concludo il mio primo pensierino su valori e programmi. Cerchiamo di andare verso una politica laica e democratica, che, a partire da grandi valori e principi che sono o dovrebbero essere condivisi da tutti, identifichi i problemi più gravi dei prossimi anni, e indichi i mezzi e le persone con le quali affrontarli. Nessuno può affrontare tutti i problemi contemporaneamente. La politica è priorità, mezzi, persone. Se a casa sono rotti lo scaldabagno, il gabinetto e le finestre, dobbiamo decidere da dove cominciare, quanti soldi spendere, chi chiamare per aggiustare che cosa. E poi politica è schieramento: come decidere, quando invece che in famiglia siamo in 50 milioni? per arrivare al 51% (con e senza bipolarismo!) abbiamo bisogno di alleati; le loro priorità, mezzi e persone coincidono solo in parte con le nostre. Dovremo trattare e discutere. Ma discutendo laicamente priorità mezzi e persone potremo scegliere o scartare alleati, smascherare valori dichiarati ma non professati dagli avversari. E’ semplice e molto utile discutere se il primo problema da affrontare nel nostro paese sia, oppure no, il gran peso delle tasse che devono pagare i poveretti a cui il nonno ha lasciato venti miliardi: piú semplice e utile che parlare di giustizia o uguaglianza.

2. Rapporto fra uno e molti

Il secondo punto che volevo illustrare è il rapporto tra uno e molti. Non penso che tutti i cittadini debbano essere al corrente di ogni minuscolo dettaglio programmatico. Ovviamente i dettagli sono importantissimi, ma non sempre sono di facile accesso e comprensione. Però l’esperienza dell’Ulivo del 1996 mi suggerisce che tutti possono ragionare e contribuire (non solo ascoltare e fare zapping in televisione) alle linee programmatiche e strategiche, con un metodo e uno stile, quello della democrazia, che non si riceve dalla nascita ma s’impara con fatica. In questo senso ho notato, in quella e in altre occasioni, che un contributo educativo non secondario l’hanno dato e continuano a darlo tuttora le nostre associazioni cristiane, almeno quelle con statuto e democrazia interna, dirigenti eletti, eccetera, che fanno crescere l’abitudine alla partecipazione e all’autogoverno. Stimolano ad esempio alla fiducia, non strumentale, per l’avvicendamento democratico e allo spirito di servizio nei ruoli di responsabilità associative; vivono anche quotidianamente la fatica e la pazienza necessarie a mettere d’accordo tante teste. Queste associazioni danno, nel loro vivere quotidiano, un’idea più concreta di quanto già si può leggere nei documenti del magistero della Chiesa (in particolare la costituzione conciliare Gaudium et Spes) sulla legittima differenza di opinioni su tanti problemi di ogni giorno. Anche quando si parte da comuni ideali, come nel caso delle associazioni cristiane, su tante cose piccole, medie e grandi abbiamo legittimamente opinioni diverse. Un’altra cosa che impariamo è il rischio di attaccamento anche agli incarichi più santi e generosi. Chiunque sia stato in un gruppetto, sa che chi ha il telefono (e tutti lo chiamano per sapere cosa fare), dopo qualche tempo si sente qualcuno per il fatto di assolvere a questo ruolo. E’ spesso difficile persuaderlo che il tempo è scaduto e va sostituito con qualcun altro. Si tocca quindi con mano che i capi migliori sono “quelli che ci sono portati- come diceva Platone- contro la loro volontà”. Nella “Repubblica” Platone definiva buoni politici quelli che sono condotti a qualche responsabilità contro la loro volontà. Intendiamoci, non farsi i fatti propri e desiderare di fare del bene agli altri è un bene; però quelli che ci si divertono un po’ troppo sono da prendere con le pinze. L’associazionismo in generale, cristiano o no, è una grande scuola di democrazia e partecipazione. Nelle riunioni di condomino o nei consigli di facoltà si riconoscono subito, e sono una vera calamità, coloro che da giovani non hanno avuto nessuna esperienza associativa. Si riconoscono da qualità e lunghezza dei loro interventi; le riunioni durano tre o quattro volte meno se questi individui asociali e logorroici sono assenti o in netta minoranza.

Il cortocircuito televisivo e la politica-spettacolo

In aggiunta al problema di mancanza di educazione democratica, abbiamo, in questi tempi, il pericolo di un analfabetismo civile di ritorno, principalmente dovuto alla televisione e alla politica-spettacolo. Nell’annata in cui ho lavorato nei comitati Prodi mi sono accorto che perfino persone con una ragionevole formazione alla vita associata non vogliono più perdere tempo con i livelli intermedi. Tutti vorrebbero parlare direttamente con il Papa o con il Presidente della Repubblica o con il capo del loro partito o coalizione. Elaborare decisioni in piccoli gruppi gerarchicamente organizzati e rappresentati a livelli superiori attraverso delegati liberamente eletti, unico strumento conosciuto per partorire decisioni democratiche, diviene impossibile. Del resto, quando vedi Prodi in casa tua dal tuo teleschermo, è chiaro che diviene spontaneo ambire al rapporto diretto; ma nessuno si rende conto che né Prodi né Berlusconi possono ragionevolmente rispondere a dieci milioni di telefonate e nemmeno a dieci mila. Questo tipo di corto circuito televisivo, che sembra portarci la democrazia dentro casa, rischia in realtà di togliercela. Un capo nazionale o internazionale che risponde personalmente a tutti i suoi adepti non è un buon capo, è uno scriteriato che viene meno ai suoi compiti. Il capo non può fare le public relation, il capo deve comandare e fare delle politiche. Eppure la gente si arrabbia: “Ho scritto a Prodi e non mi ha risposto”. Del resto D’Alema abita sotto casa mia e, quando lo vedo al mercato, mi viene da salutarlo pensando “questo devo averlo visto da qualche parte”. L’illusione della comunicazione diretta con il capo si risolve fatalmente con una comunicazione unidirezionale dal capo a noi e ci trasforma da soggetti in spettatori o tifosi. Questo pericolo è stato segnalato anche da Paola Bignardi, presidente dell’Azione Cattolica, in un editoriale dopo le elezioni del maggio 2001.

La crisi della rappresentanza

Se la politica si risolve in politica-spettacolo e ci trasforma da cittadini responsabili e partecipi in spettatori o tifosi la colpa non è solo, però, della televisione. La politica ridotta a spettacolo è legata anche a una crisi di rappresentanza dei partiti italiani che viene da piú lontano. La Costituzione prevede che esistano i partiti come modo principale di organizzazione e canalizzazione del consenso, e per molti anni, in Italia, il raccordo tra cittadini e istituzioni (ad esempio tra cittadini e Parlamento) ha funzionato abbastanza bene attraverso i partiti e attraverso il metodo elettorale proporzionale. Questo è stato vero per alcuni decenni, poi un po’ meno e poi quasi per niente. All’inizio degli anni novanta due referendum popolari di argomento elettorale, hanno testimoniato che gli Italiani avevano raggiunto la consapevolezza, anche grazie a un fitto lavoro teorico e culturale nel quale spicca il contributo di Roberto Ruffilli, che il sistema politico, partitico ed elettorale, nel quale avevano prosperato e vissuto ragionevolmente per molti decenni, non fosse più rispondente allo stadio di maturazione culturale e civile della società.

La lunghissima transizione italiana

Non essendo Arturo Parisi, non sono in grado di illustrare la sociologia delle elezioni dalla guerra ad oggi, e neppure spiegare bene quel che è successo negli ultimi dieci anni. Posso però esprimervi la mia impressione di cittadino qualunque. Mi pare che ci troviamo ancora in una fase di transizione, e questo è un peccato. La transizione che noi cittadini avevamo immaginato votando ai due referendum elettorali non è ancora compiuta. C’è stato un periodo di grande e positiva tensione politica, civile, morale, ed anche emotiva, dovuto alla coincidenza di molte trasformazioni a livello nazionale –il crollo dei vecchi partiti di governo, travolti da una crisi morale cosí spaventosa e non avvertita per tempo da diventare giudiziaria– con trasformazioni mondiali, come il crollo del muro di Berlino, i partiti comunisti che cambiavano nome, ed altre cose ancora. Questo momento di tensione e speranza sembra (con mio dispiacere) concluso senza che si sia parimenti concluso positivamente il ciclo di trasformazioni a cui aveva dato origine. Ci troviamo oggi senza i vecchi partiti o meglio con loro pezzi anche non disprezzabili, ma incomparabili, dal punto di vista della presenza capillare e della capacità di rappresentanza e dialogo con la società, rispetto a venti – trent’anni fa. Non abbiamo piú il metodo proporzionale, ma non abbiamo ancora trovato altri modi per coinvolgere i cittadini nella selezione dei candidati, e questo è un difetto grave, cruciale per la democrazia rappresentativa, che prima o poi andrà corretto. Dopo aver lavorato per un anno dentro la politica, nel 1995-96, mi sono fatto l’idea che ci vorranno ancora molti anni, forse decenni, e questo mi dispiace.

La legge elettorale uninominale del 1993

Il fatto di avere il metodo uninominale senza né elezioni primarie né doppio turno significa che abbiamo creato un sistema in cui un pugno di persone si riunisce a Roma e stabilisce tutti i candidati. Questo è stato ahimè possibile grazie al lavoro dell’onorevole Mattarella, che ha creato (col pieno consenso di quasi tutte le forze politiche) un mostro di legge elettorale fatta apposta per salvaguardare un ruolo ai vecchi partiti nel momento della loro massima crisi. Non c’è la preferenza e non c’è, neppure a livello di collegio, un modo per decidere il candidato della propria coalizione. Il cittadino si trova di fronte a una scelta secca, prendere o lasciare, fra candidati scelti dai partiti. Questo allontana fatalmente i cittadini dalle istituzioni e non avvicina, al contrario di quanto auspicava Roberto Ruffilli in “Stato senza scettro e cittadino principe”. Benché questa maggiore vicinanza fosse una delle speranze dei referendum elettorali del 1991 e 1993, non so davvero se ora il cittadino sia più o meno principe di prima. Lo è di più perché al momento in cui vota sa quale governo lo governerà in caso di vittoria o di sconfitta, e questo è davvero importante. Lo è di meno perché sostanzialmente non può scegliere il proprio rappresentante, e questo è molto grave. L’attimo fuggente è perduto e il Parlamento difficilmente si autoriforma. Il parlamentare, salvo rare eccezioni, tende a ragionare in termini della propria rielezione, specialmente se è un parlamentare che è politico di professione e non saprebbe fare nessun altro mestiere. Forse anche per la maggiore libertà di pensare con competenza e conoscenza al bene di tutti rischiando, se necessario, di tornare alla vita di tutti i giorni, a me piacciono invece i parlamentari (e ce ne sono) che hanno una professionalità precedente e distinta dalla loro attività politica.

Cosa fare?

Cosa possiamo fare noi? Forse nell’immediato il miglior servizio politico è prepararsi e studiare. Non credo che in ogni momento della vita (propria e della propria comunità) il miglior servizio alla politica sia l’impegno diretto. A volte sotto casa non c’è nessun luogo dove si parli di politica, dove si possa partecipare in modo naturale, senza cambiare mestiere, al processo democrativo di elaborazione delle decisioni e di selezione dei candidati e rappresentanti. A me piacerebbe che ci fosse la sezione di un partito sotto casa mia. Ma non c’è: quelle che c’erano sono chiuse, o aprono solo sotto elezioni. Non credo che sarà sempre cosí. Prima o poi la politica attiva tornerà ad essere alla portata dei cittadini, e allora l’impegno politico attivo un’opzione praticabile ed efficace, e quindi, per alcuni, un dovere e un’avventura rischiosa ed entusiasmante: ci sarà di nuovo bisogno di noi. Alla politica che abbiamo finora conosciuto, anche nei momenti migliori, occorrerà affiancare nuove forme di partecipazione civica, quelle che piacciono a Giovanni Moro e a Cittadinanza Attiva. Ci si dovrà chiedere cos’è la governance e come si possa rinnovare e arricchire l partecipazione democratica, studiare e praticare nuove forme di democrazia. I partiti hanno avviato e incarnato un processo democratico che però è degenerato. Come ravvivarlo e rilanciarlo? Dobbiamo studiare perché “non basta essere illuminati dalla fede e accesi dal bene per penetrare di sani principi la società”. Questo lo diceva Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris, identificando come virtù del politico la competenza, la conoscenza e la santità. La santità ci vuole, ma non è caratteristica del politico: è vocazione comune a tutti i cristiani, è la vocazione del Battesimo. Il politico è caratterizzato, rispetto agli altri cristiani, dalla competenza e dalla conoscenza. A studiare e a scommettere che le proprie conoscenze e competenze potranno un giorno essere scoperte e valorizzate da un’intera comunità non si sbaglia quasi mai. Bisogna essere pronti come nell’esercito di Napoleone, dove si dice che tutti i soldati avessero nello zaino il bastone da maresciallo. Quando servirà, ci sarà una generazione pronta all’impegno, come accadde alla fine dell’epoca fascista: quella che ci ha governato nel dopoguerra era una generazione eccezionale, provata dalla dittatura, ma anche educata da capi e preti lungimiranti alla santità e anche alla conoscenza e alla competenza, all’amore per la libertà e alla certezza che essa sarebbe stata riconquistata, che sarebbe tornato il tempo di fare politica.

3. Fare politica da cristiani

L’ultima considerazione riguarda la sfida e il senso di essere in politica da cristiani. In breve, e con inevitabile semplificazione, a me pare che ci siano due concezioni, una vecchia e una nuova. Quella vecchia nessuno la dichiara o dice oggi di rimpiangerla, ma era radicata e, secondo me, è ancora abbastanza diffusa fra politici e preti. Quella nuova è, almeno in teoria, la posizione di tutta la Chiesa da quando, quasi quarant’anni fa, è stata espressa senza equivoci dal Concilio Vaticano II.

Il vecchio modo di essere in politica da cristiani, una volta tramontata (non per propria iniziativa ma per effetto della storia) l’ambizione della Chiesa a dirigere anche la vita civile, si può, un po’ brutalmente, sintetizzare in questo modo: la Chiesa agisce in prima persona, come gruppo di pressione, per ottenere che le leggi civili riflettano la morale cattolica e tutelare gli interessi delle proprie organizzazioni: parrocchie e diocesi, scuole e ospedali, cooperative e associazioni. In tale contesto le scelte politiche dei cristiani sono univocamente dettate dalla gerarchia ecclesiatica.

Il nuovo modo di essere in politica da cristiani che la Chiesa ha riscoperto col Concilio è stato in buona parte anticipato, in Italia, dall’esperienza della Democrazia Cristiana di Sturzo, De Gasperi, Dossetti e Moro. Indica come fine il bene comune, e come modalità principale l’impegno e la presenza dei laici, sotto la responsabilità della propria coscienza, senza pretendere dai Pastori l’avallo esclusivo in un ambito nel quale la pluralità di vedute è legittima. Lascio la parola alla costituzione Gaudium et Spes, promulgata alla fine Concilio, nel 1965, che cito testualmente:

I cristiani, che hanno parte attiva nello sviluppo economico - sociale e propugnano giustizia e carità, siano convinti di contribuire molto alla prosperità del genere umano e alla pace del mondo. In tali attività, sia che agiscano come singoli che come associati, siano esemplari. (n.73)

Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione. Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero. Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa. Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune. (n.43)

È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori…Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni. (n.76)

Come si vede, nella nuova concezione della partecipazione politica noi cristiani siamo chiamati non a difendere gli interessi del nostro gruppo, ma a contribuire, alla luce del Vangelo, alla prosperità e alla pace insieme a tutti quelli che hanno voglia di lavorare per un mondo migliore. Questo in teoria la dicono ormai tutti: dopo il Concilio non si può piú trovare un documento della Chiesa o un partito d’ispirazione cristiana che sostenga il contrario. Prima del Concilio, però, la Chiesa ha teorizzato e praticato la propria presenza anche come potenza di questo mondo per più di mille anni. Lo spirito è pronto ma la carne è debole. Anche se il Concilio rappresenta una svolta irreversible, non bisogna scandalizzarsi se ci vogliono poi secoli per superare il fascino del potere e del denaro, che, per fare un sorriso, si può ben sintetizzare con una frase del Vangelo rovesciata: a che serve salvare l’anima se poi non si conquista il mondo? Questa frase nessuno la pronuncerebbe in pubblico; però, anche senza scomodare i Vescovi, ognuno di noi, dalla scala familiare a quella parrocchiale e su su fino al livello nazionale, è stato tentato almeno una volta di affidarsi al potere e al denaro, o almeno di rimpiangerne la mancanza: quando abbiamo un gruppo, una comunità, una buona iniziativa da difendere, non è facile seguire l’esempio di Gesú nel deserto, rifiutare la tentazione di trasformare le pietre in pane e il controllo di tutti i regni della terra. Resistere a questa tentazione vuol dire anche oggi, per ciascuno di noi, fare molti fioretti! La Chiesa col Concilio ha riscoperto un’elementare verità evangelica. Il servizio al bene comune insieme a tutti gli uomini di buona volontà è LA prospettiva dell’impegno cristiano in politica. Ma le tentazioni di tornare indietro sono inevitabili, e per questo rileggere e approfondire il Magistero è importante.

Ricordo una telefonata tra mia madre e il professor Leopoldo Elia, che era un carissimo amico di mio papà. In questi ultimi anni si è innestata una gara tra partiti ex democristiani e partiti non democristiani a chi offre più soldi alla Chiesa, una cosa un po’ triste. Forse è uno degli scotti da pagare al nuovo sistema elettorale. Visto che non c’è un gruppo organizzato di cristiani che lavora autonomamente in politica, come era la Democrazia Cristiana, la Chiesa è tentata di tornare in scena direttamente, come una lobby. Mia madre diceva a Elia “va bene, gli altri partiti lo fanno, ma perché dovete farlo anche voi (alludeva ai Popolari)? quando avevate la maggioranza relativa in Parlamento e il ministero, la Falcucci non l’ha mai fatto”. Di che parlava mia madre? Ricordava un episodio del governo Craxi, ministro della Pubblica Istruzione Franca Falcucci, forse era il 1985 ma sembrano mille anni fa. Martelli era andato ad un Meeting di CL ed era tornato con l’idea del buono scuola. La Falcucci, in un dibattito televisivo, disse “finché in questo ministero ci sarà un democratico cristiano, non si farà mai!”. Aneddoti a parte, non illudiamoci ma neanche perdiamoci d’animo: ci vogliono tempi lunghi per digerire ogni rivoluzione copernicana, e tale è stato il Concilio per la nostra Chiesa. Inoltre, per l’Italia, il nuovo sistema elettorale maggioritario e la fine della DC non aiutano ad orientarsi.

Il bisogno di politica

C’è però urgente bisogno di politica buona. Non sono preoccupato solo del nostro attuale governo, ma anche delle manifestazioni anti–G8. A Genova c’è stato il morto e ci sono state gravi violenze della polizia. Le (gravissime) violenze della polizia sono accadute dove c’erano solo giovani pacifici e inermi. Ma hanno trovato facile giustificazione mediatica –anche grazie a media non imparziali e interessati alla confusione delle notizie in chiave filogovernativa– perché invece, al momento e nel luogo del morto, la guerriglia urbana c’era eccome: una camionetta dei carabinieri era stata circondata da manifestanti violenti, a volto coperto, e un video mostra la vittima mentre lancia un estintore su un carabiniere. Come è possibile che un piccolo gruppo di scriteriati sia riuscito a coinvolgere molte persone in gamba, convinte di partecipare ad una manifestazione pacifica di opinione, in una simile catastrofe, con esito drammatico? perché le persone in gamba non se lo sono immaginato prima? io me l’ero immaginato e a Genova non sono andato. Non condivido le semplificazioni dei no-global, non penso che Berlusconi e Prodi, Clinton e Bush, siano la stessa cosa, non vado a manifestazioni i cui promotori (o alcuni di essi) propongono esplicitamente di entrare con la forza, durante un incontro internazionale di capi di Stato, in zone non concordate con l’autorità di pubblica sicurezza. Forse i tanti giovani accorsi a Genova, dei quali non pochi cattolici, non avevano riflettuto sul funzionamento delle manifestazioni di piazza, su come si comunica tra uno e molti, su valori e programmi, sulle regole della democrazia. Forse erano abituati a facili semplificazioni anche perché nella Chiesa parliamo poco e male di politica. Una volta, in televisione, ho sentito un famoso frate che, raccontando di Santa Caterina da Siena, disse cose che mi fecero sobbalzare. “C’erano, nella città di Caterina, molte fazioni; poi finalmente, grazie a lei, abolirono le fazioni e tutti vissero in pace”. Ma era proprio cosí la storia? E poi, raccontata oggi, che cosa insegna? Che senza senza partiti si starebbe meglio? Che la pace si ritrova abolendo le differenze di vedute? In proposito a me è parso piú convincente Padoa Schioppa, vicepresidente della Banca Centrale Europea, a un incontro di Camaldoli, lo scorso giugno, quando diceva che la pace è “la trasformazione del conflitto, che si risolve con la forza, in una competizione, che si risolve con un arbitro e con regole comuni”. La pace è riconoscimento e regolamentazione di interessi e gruppi in competizione tra loro. Bisogna stare attenti al qualunquismo anche dei più santi predicatori. Quando la si disprezza, la politica muore; e quando la politica muore, non sopravviene la concordia, ma la guerra. Von Klausewitz diceva che “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”. Questo è drammaticamente vero anche oggi. Non sto parlando ovviamente della pace che il Signore ci promette: quella rimane in noi e nessuno può togliercela anche se siamo carcerati, torturati e deportati come S. Massimiliano Kolbe. Stiamo parlando della pace possibile in questo mondo, limitata e parziale, che però siamo chiamati a cercare di costruire e conservare, secondo la Gaudium et spes. Chi crede che esistano scorciatoie al faticoso obbligo di studiare, approfondire e capire tempi e possibilità concrete per ogni progetto di trasformazione del mondo e di superamento progressivo delle ingiustizie, chi equipara le democrazie alle dittature, chi sputa sulle elezioni e sui partiti, anche se non tira sassi a Goteborg o a Genova e sta solo facendo una filippica contro il consumismo e la globalizzazione (o magari una predica su Santa Caterina), sta ponendo le premesse culturali, se non per una nuova stagione di terrorismo, per un lungo periodo di antagonismo sterile e perdente, o di risorgenti fondamentalismi religiosi, o tutte e due le cose insieme.

La democrazia è l’unica via

Certo è difficile difendere con convinzione la democrazia rappresentativa quando le ingiustizie sono stridenti e la nostra possibilità d’intervento sembra quasi nulla, quando siamo frustrati, quando tocchiamo con mano che c’è bisogno di politica e non abbiamo i canali, in quanto i partiti vecchi non funzionano e quelli nuovi non ci sono ancora. In queste condizioni è piú facile disprezzare o trascurare partiti ed attività politiche “tradizionali”. Anche perché, se partiti nuovi e nuove forme di partecipazione sono forse in preparazione su entrambi i versanti dello schieramento politico, quelli vecchi, gli unici per ora disponibili, non solo non fanno piú da imbuto, come dice la costituzione, tra cittadini ed istituzioni, ma a volte sembra che facciano piuttosto da tappo. Se ad un outsider capita di andare in una riunione di partito, l’aria che tira è “ma insomma siamo già tanti, che vai cercando tu?”. E’ frustrante, ma dobbiamo credere che verrà un tempo in cui servirà di nuovo, e sarà possibile con minore difficoltà di oggi, lavorare disinteressatamente in politica. Ma, e questa è la mia raccomandazione finale, anche prima di questo momento dobbiamo difendere con forza la nostra democrazia: parziale e molto difettosa, vale molto piú di qualunque dittatura, proletaria o clericale, fascista o sudamericana. Per la libertà e la democrazia, per la nostra Costituzione, hanno dato la vita in molti. Critichiamo partiti e leader politici, auspichiamo nuove e piú efficaci forme di partecipazione dei cittadini nella speranza che la nostra democrazia cresca, non che muoia. In proposito vorrei concludere il mio intervento con un pensiero che mio padre scrisse poche settimane prima della morte, commemorando un altro giudice che era stato assassinato, Emilio Alessandrini. “La democrazia è un patrimonio dei lavoratori, che costituiscono il fondamento sociale e politico della costituzione. La democrazia è la vivente dimostrazione che la conflittualità degli interessi non esclude la loro composizione nella convivenza. La democrazia è conquista e vittoria quotidiana contro la sopraffazione e difesa dei diritti faticosamente conquistati. Questa non è la via più lunga per una maggiore giustizia nella società, ma l’unica via."

 

 

 

Risposta alle domande

Quale competizione?

Fino ad ora la competizione è stata unicamente superata dalla guerra. La Francia, la Germania e l’Italia, sino alla creazione del Mercato Comune, hanno fatto in media una guerra ogni 15–20 anni con milioni di morti. Non risultano alternative alla competizione, se non quella di contemperare la competizione con la collaborazione, allargando l’area delle regole comuni, così introducendo un principio di solidarietà. Altro, oltre alle guerre, nella storia del mondo non si conosce.

Quale alternativa alla globalizzazione?

C’è da chiedersi: l’alternativa alla globalizzazione è il municipalismo? Per me è l’unica che sino ad ora si è conosciuta. Forse ce ne sono altre, ma io nel corso di questa mattinata non ho sentito nessuna alternativa concreta. Il commercio equo e solidale, se è cominciato quarant’anni fa, vuol dire che è un’ottima iniziativa, ma non rappresenta un’alternativa al commercio internazionale, altrimenti in quarant’anni sarebbe cresciuta esponenzialmente sino a soppiantarlo. Dieci anni fa non c’era nessun internauta nemmeno nel Wisconsin ed oggi misuriamo la civiltà di un paese sulla base del numero di internauti. Dieci anni fa nessuno aveva internet, ma nessuno si sentiva povero per questo. E’ stata un’impresa economica e tecnologica che ha potuto attecchire velocemente perché rispondeva alle esigenze di molti. Anche per le innovazioni sociali, economiche e politiche che auspichiamo dobbiamo avere idee e inventare procedure capaci di affermarsi nella competizione globale. E se iniziative anche valide come il commercio equo e solidale hanno tempi secolari di affermazione, è un dovere dei cristiani (e di chiunque voglia fare politica cercando la pace e la giustizia) occuparsi, nel frattempo, anche del governo dell’economia “tradizionale”: demonizzarla in blocco puntando esclusivamente su formule che si affermeranno fra cento anni vuol dire alla fine fare il gioco dei ricchi e dei potenti. Nella vita normale mi occupo di sistemi a molte particelle e vorrei fare una riflessione di tipo matematico. Se vogliamo cambiare i comportamenti dell’umanità, formata da molte persone dotate ciascuna di una propria identità, possiamo partire dalle particelle che hanno tutte un medesimo comportamento. Ciononostante, quando sono un milione, non è sempre prevedibile quale sarà la loro evoluzione e quale sarà il loro stato aggregato. Con le persone c’è anche la variabile della volontà e della coscienza, che sono variabili pericolose ma anche utili: esse possono orientare i comportamenti così come tante piccole calamite si possono orientare e dare luogo ad un ordine ferro-magnetico. Finora riuscire ad aprire e rompere i modi di produzione di un paese o di un continente, in modo non violento, non è stato possibile. Dobbiamo trovare, sulla strada della formazione individuale e dei comportamenti, ma anche su quella del consenso e del governo di graduali trasformazioni dell’economia, il modo d'introdurre elementi di solidarietà e collaborazione, senza uccidere la competizione che è stata sinora la perla dello sviluppo di tutti i paesi che si sono sviluppati. Un’altra cosa, che va considerata con attenzione, è l’idea dell’accesso alle risorse. Una visione del mondo, che spesso emerge tra i mie amici cristiani, è quella che immagina le risorse come una specie di torta a cui noi accediamo essendo in tre e mangiandone l’equivalente di trentotto persone: rubando, quindi, le fette a molti altri. Le cose non stanno purtroppo esattamente così. Alcuni popoli erano poverissimi, come lo sono oggi, anche duecento anni fa, e avevano una vita media inferiore a quella odierna, ma noi non lo sapevamo e non ci sentivamo minimamente corresponsabili del fatto che a casa loro non avessero ancora inventato la lavatrice. Paolo VI disse, parlando del problema della fame, che “un tempo si poteva dire “non conosco il problema”, ma oggi si può dire solo “io non voglio conoscerlo”. La globalizzazione e le telecomunicazioni hanno permesso che si allargasse la nostra responsabilità verso paesi e popoli che in altri momenti ci sembravano irraggiungibili e non dipendenti in nessun modo dalle nostre scelte. Un mondo intercomunicante, una mondializzazione della cultura e dell’economia, è per forza un male, o magari è il primo passo per una diffusione planetaria del benessere e della democrazia finora riservati a pochi? La presenza di “non–luoghi” uguali in tutti i paesi è per forza una perdita per l’identità e la cultura dei singoli popoli?

Per me essere emigrante in Germania e negli Stati Uniti è stato meno duro, perché c’era un non–luogo uguale a casa mia, la Chiesa, dove mi sentivo un po’ a casa mia anche se ero lontano. Forse è un po’ triste che oggi lo siano i McDonald, ma non dimentichiamo che altri grandi imperi, altre grandi costruzioni economiche, civili e culturali hanno portato non solo e non sempre guerre, ma a volte anche idee e civiltà. Insomma un’altra faccia, umana, della globalizzazione è possibile? Forse dovremmo cercare o inventare questa faccia umana, e per farlo dovremmo domandarci con quanti e quali alleati potremmo farlo. L’Unione Europea è l’unico possibile contrappeso mondiale allo strapotere degli Stati Uniti e delle multinazionali che fanno i propri interessi. Chiunque lancia sassi, sia a Goteborg che a Genova, è matto. Chiunque dice che è lo stesso se ci sono due poli economici e militari forti o se ce n’è uno solo, fa in realtà il tifo per Bush. Chiunque dice che era lo stesso se a Genova anziché Berlusconi ci fosse stato Rutelli e poi chiede la Tobin tax o l’abolizione dei paradisi fiscali, non si avvede che, se ci fosse stato Rutelli, non saremmo diventati anche noi un paradiso fiscale, come ci apprestiamo a diventare dopo l’ultimo voto di fiducia riguardante il decreto sull’Euro. Ci sono conseguenze gravi e devastanti di piccole scelte che sono alla nostra portata. Credo che sia nostro dovere di educatori far riflettere sui pericoli della globalizzazione e sui grandi ideali di pace e giustizia, ma poi invitare a formarsi, a studiare, a capire, a discernere il bene dal male nelle scelte piccole e grandi che ci troveremo concretamente a fare. In un capitolo di un suo libretto, Prodi spiegava, partendo dall’esempio dei cambi delle biciclette Campagnolo, come ci si deve comportare se qualcuno produce qualcosa di simile a noi ad un prezzo più basso. Siamo in un paese dove ci sono università e laboratori e possiamo imparare a produrre alte tecnologie ad un prezzo più basso di quello americano. Se invece vogliamo continuare a vivere di magliette e agricoltura, bisogna mettere gente armata sino ai denti ai confini, che spara appena vede una maglietta cinese o una mucca argentina. Un’opposizione cieca alla globalizzazione è contro i paesi poveri emergenti e non mi pare più cristiano e intelligente che imparare a competere nei tempi nuovi. Dobbiamo costruire una globalizzazione dal volto umano.

Perché le scuole di formazione politica non hanno funzionato?

Ho avuto la fortuna di avere capi scout, di Azione Cattolica e anche preti che mi hanno fatto leggere i documenti del Concilio. Tali documenti richiedono almeno altri cinquant’anni perché divengano patrimonio di tutti. Lo studio dei documenti penso che si possa fare anche in ambito ecclesiale. Quando ci si voglia avventurare verso un impegno politico, l’ambito ecclesiale non funziona. Con un grupetto di amici, uno lo conoscete perché appare al TG1 quando c’è Ciampi, Paolo Giuntella, decidemmo, pensando ad un impegno politico diretto, di prenderci una bella stanzetta fuori dalla chiesa e formare un circolo chiamato “Francesco Luigi Ferrari”. Studiammo un sacco di libri ma senza impegnare la parrocchia in cose che non a tutti sarebbero piaciute. Le scuole di politica sono riuscite poco a causa di due equivoci. Il primo è che le organizzava Santa Madre Chiesa ed è difficile parlare di politica senza dire da che parte stai. Il secondo è che chi vi ha partecipato si è ritrovato poi in un sistema politico molto tappato, non interessato all’ingresso di forze nuove.