Sogno, segno e disegno

Convegno regionale toscano della pastorale giovanile, Prato, 16 gennaio 2005

Buongiorno! Ringrazio ragazze e ragazzi per la presenza e lo sforzo di attenzione. Spero di esserne degno. [In un’occasione simile, anni fa, il mio piú piccolo chiese, senza malizia: perché ti hanno invitato alla Giornata Mondiale della Gioventú? tu non sei giovane. Quante risate!] Ringrazio i responsabili della pastorale giovanile della Toscana che mi hanno invitato. Ringrazio il Vescovo che rimane ad ascoltare la mia chiacchierata, certo meno organica e pertinente al tema rispetto alla bella relazione appena ascoltata da don Marcello Brunini, pastore di giovani, psicologo ed esperto di sogni. Nel mio mestiere mi occupo infatti di elettroni, non di sogni –insegno fisica all’università– e confesso di aver accettato l’invito prima di sapere il titolo esatto. Sapendolo in tempo non so se avrei accettato.

I miei vent’anni coincidevano col boom non solo di Marx e Lenin, ma anche (soprattutto?) di Freud e Marcuse; cosí, poiché sono un po’ bastian contrario, ho sviluppato un’allergia ad ogni psicologismo a buon mercato, del quale New Age e nuovi ciarlatani di oggi mi paiono degni eredi. Forse lo sapete: una delle categorie che di anno in anno cresce di piú nei nostri elenchi telefonici è quella dei maghi, degli esperti di astrologia, degli indovini che promettono di rivelare, anche sulla base dei sogni (come il vecchio libro napoletano della Smorfia), il presente, il futuro e magari i numeri del lotto. Il fenomeno, parallelo al declino della pratica religiosa, conferma un’idea inculcata dai miei genitori: l’irrazionalità e la superstizione sono agli antipodi della fede cristiana, che, lo ricordava Padre Brown a Flambeau in un racconto di G.K. Chesterton, è amica della ragione.

In questo i miei erano un po’ estremisti. Niente Babbi Natale; fate, orchi e lupi limitati alle favole, mai infilati nella vita quotidiana come interlocutori o spauracchi. Anche rispetto ai sogni mia madre aveva un atteggiamento che definirei positivista. Ascoltava volentieri i racconti, e concludeva amorevolmente: ieri sera hai mangiato troppo formaggio. L’amore di mamma e papà, la chiesa, la scuola, la vita: tutto era semplice, dolce, chiaro, ragionevole. Non c’era bisogno di trucchi o favole per ottenere qualcosa da noi bambini. Certo, la Befana arrivava, ma si sapeva che era un gioco, che i regali li compravano mamma e papà. C’era un’unica storia, straordinaria ma vera, che non era una favola e non era per bambini, perché anche i grandi ci credevano fino in fondo (benché, a ripensarci, fosse ben piú inverosimile di orchi e fate): era la storia di Gesú, che orientava la vita di genitori e nonni non meno che quella di noi bambini. Nessuno aveva visto Dio. E prima di Gesú, certo, Dio aveva parlato agli antichi profeti anche attraverso prodigi e sogni. Ma con la sua vita, morte e risurrezione, Gesú, il figlio di Dio, ci aveva rivelato con chiarezza e pienezza il volto e il progetto del Padre che è nei Cieli: un amore e una gioia senza fine, che già in questa terra sono alla portata di chi li vuole assaggiare.

Cosí –ed è una povertà– fino a vent’anni non ho prestato molta attenzione ai sogni, anche perché avevo (ho tuttora) l’impressione di sognare poco, quasi mai. Che l’impressione fosse errata me l’ha dimostrato scientificamente uno dei miei migliori amici insieme al quale studiavo Fisica all’Università. Quest’amico, per hobby, leggeva libri di psicanalisi, allora di moda (l’ho detto prima). In particolare si era appassionato all’analisi dei sogni. Dopo un congruo studio teorico desiderava fare esperimenti, ma fra i familiari non trovava nessuno disposto a fargli da cavia; io, invece, accettai con entusiasmo. Mettendo insieme la sua incompetenza di dilettante e la mia refrattarietà a sogni e psicanalisi, degna di Pippo con le streghe, l’esperimento non fu un successo. In compenso feci insieme a lui, in quelle settimane, risate indimenticabili. Ed imparai qualcosa che non sapevo: anch’io sogno spesso. L’impressione di non sognare è dovuta al fatto che, nei primi istanti dopo il risveglio, il sogno svanisce, a meno di registrarlo subito in qualche modo. Non perderlo, quindi, è semplice: basta tenere sul comodino taccuino e matita.

Da molti anni ho abbandonato quel taccuino: diventando lavoratore, marito e papà, anche i pezzetti di vita che avanzavano per una suonatina di chitarra o un sogno sul taccuino sono spariti. Godeteli finché li avete! Ora, senza taccuino, restano in mente solo i rari sogni intensi o ripetuti piú di una volta. Mi trovo alla guida della mia prima macchina, la Dodge Dart Swinger comprata usata in America, a ventiquattro anni; al mio fianco c’è papà che mi sorride. E’ un desiderio antico, mai avverato: papà non ha fatto in tempo a venire in America, a vedere la prima macchina comprata coi miei soldi, la mia prima casa, il mio primo posto di lavoro. E’ morto poche settimane prima di venire a trovarmi. Un’altra volta sono a messa, ma…presiedo io l’Eucarestia: in mezzo a parenti e amici che sorridono, allargo le braccia e dico “Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, padre onnipotente.” Negli ultimi anni ho anche sognato  piú di una volta di camminare sulla riva del mare (non la spiaggia dove vado di solito, sembra piuttosto la Sardegna o la California), sorridendo, al fianco di una donna bellissima, che anche lei sorride. Si sente solo la voce del mare. Provo un’immensa gioia e un'immensa emozione; il cuore batte sempre piú forte; mi sveglio.

“I sogni son desideri / chiusi in fondo al cuor…” diceva la canzone nel film “Cenerentola” di Disney. E’ proprio cosí? Si tratta davvero di idee, ricordi, fantasie, desideri o pulsioni che agiscono profondamente e segretamente dentro di noi, e da svegli restano preclusi alla coscienza? Sono davvero la voce di quell’Inconscio al quale Freud attribuiva tanta importanza? Di sicuro nei sogni si ritrovano cose fatte e viste in diversi momenti del passato, pescate da diversi strati della memoria; però arrivano mescolate in modo bizzarro e tale da produrre situazioni mai avvenute, spesso inverosimili, a volte desiderate o temute da svegli.

Sempre negli anni dell’università, grazie alla tesi di un’amica biologa sul sogno del gatto (!), ho imparato che il sogno è collegato ad una particolare fase del sonno, relativamente breve (minuti o decine di minuti per volta), che si verifica quattro o cinque volte nel corso della notte: la fase REM, una sigla che sta per Rapid Eye Movement
, movimento rapido dell’occhio.
In questa fase (anche nel gatto a quanto pare, ma, per quel che ci interessa, nell’uomo) gli occhi si muovono velocemente sotto le palpebre chiuse; l’attività cerebrale è intensa e simile a quella diurna; spesso si verifica l’erezione del pene e del clitoride. I muscoli del movimento volontario sono invece immobili, perché il rilascio di certi neurotrasmettitori (detti monoamine) è temporaneamente bloccato.

Quando ho scoperto per ragioni di studio e di lavoro il mondo dei calcolatori, ho immaginato che il sogno possa corrispondere ad una riorganizzazione, a un riordinamento del nostro cervello, come quando, ad esempio, si “deframmenta” un disco, rimettendo tutti i file
in ordine affinché il disco sia utilizzato nel modo piú efficiente. Piú tardi ho scoperto che una delle teorie sulla funzione del sonno REM e del sogno è proprio il consolidamento dei ricordi; altre teorie puntano al rinnovo delle monoamine o alla maturazione delle connessioni neurali del cervello. Sonno e sogno sono tuttora oggetto di studio e molto resta da scoprire; la mia formazione, sia familiare che scientifica, mi fa guardare con grande curiosità, se non proprio al formaggio mangiato la sera prima, al legame fra sogno e fisiologia del cervello, cioè all’insieme delle neuroscienze, oggi in grande sviluppo grazie al lavoro si équipe interdisciplinari di medici, biologi, fisici, matematici e informatici. Forse qualcuno di voi studierà queste cose da grande?

Comunque, come le leggi di Keplero non tolgono fascino ad una notte di luna piena o al Cantico di Frate Sole, cosí una migliore conoscenza dei meccanismi del sogno (e del pensiero) aumenta, in chi crede, lo stupore di fronte al Creatore; e lascia intatto in tutti, credenti e non, il fascino dei sogni e la loro capacità, al risveglio, di parlare alla mente e al cuore. Nella Bibbia Dio parla, a volte, attraverso i sogni. Il chimico Kekulé raccontava di aver avuto in sogno l’intuizione della struttura ad anello della molecola di benzene.

Anche quando sono bizzarri e non forniscono messaggi chiari (è il caso piú comune), i sogni suggeriscono –per citare uno slogan di questi anni– che un altro mondo è possibile rispetto a quello di tutti i giorni; rivelano in noi aspirazioni nascoste e immensi giacimenti di fantasia e immaginazione; e, se non si trasformano in incubo, ossessione, fuga dalla realtà, possono rappresentare una risorsa, un’ispirazione, un aiuto a vivere e a pensare, anche per chi non intenda o non sia in grado di addentrarsi nella psicanalisi.

Sotto quest’angolatura, legata al senso comune e all’esperienza e perciò accessibile anche a me, provo a svolgere la seconda parte del mio temino un po’ sconclusionato raccontandovi sogni, miti e incubi della mia generazione. Il presente non basta a nessuno, diceva l’incipit di una veglia di Pasqua del mio gruppo scout nel lontano 1972; e questo resta vero anche nel 2005. In bilico fra disperazione e speranza, fede e scetticismo, routine e desiderio di novità e di avventura, responsabilità e spontaneità, fedeltà e trasgressione, ognuno di noi può trovare nei sogni l’occasione di conferme, presagi, scenari capaci di mettere in discussione il presente, comprendere meglio se stessi e il mondo, affrontare e progettare il domani.

Anche ai tempi della mia gioventú c’era quella che oggi appare a molti l’unica dimensione possibile del sogno: diventare calciatore o cantante o attrice, incontrare il principe azzurro o ballare con la piú bella della classe. Ma restava in secondo piano, un po’ perché ritenuta inconfessabile in quanto privata e borghese (queste due, all’epoca, erano quasi parolacce), un po’ perché intrecciata piú o meno ragionevolmente con sogni e progetti di rinnovamento globale che allora erano in primo piano. Un brivido percorreva infatti tutta la società giovanile (non solo, come oggi, un segmento ultraminoritario di antagonisti sfigati e violenti): i sogni erano diversi ma intercomunicanti, e tutti, anche i piú bonaccioni e tranquilli, eravamo un po’ permeati dal mito dell’immaginazione al potere. Nei sogni si mescolavano una nuova e piú giusta società, un sesso piú libero e gioioso, una nuova chiesa, il ritorno all’unità di tutte le chiese, un mondo di pace. Il sogno di una pacifica rivoluzione democratica, di maggiore giustizia sociale nei paesi del capitalismo e di una libertà fino a quel momento sconosciuta nei paesi del socialismo reale. E, insieme, il sogno di una nuova parità di diritti, doveri, opportunità per uomini e donne; ovvero il sogno, per le donne, di liberarsi dal giogo secolare che le relegava ad un ruolo subalterno agli uomini. Sogni inizialmente nonviolenti, onnicomprensivi, un po’ personali e un po’ politici, e soprattutto un po’ vaghi; che però, insieme a un’indimenticabile colonna sonora –quella degli anni sessanta e settanta, dai Beatles a Sergio Endrigo, da Joan Baez e Bob Dylan a Fabrizio de André–accomunavano per la prima (forse anche ultima?) volta, trasversalmente alle classi e alle opinioni politiche e religiose, un’intera generazione, quella dei giovani di allora, la mia generazione.

Se in alcuni l’intreccio fra rinnovamento globale e progetti personali, fra politica e mondo degli affetti e delle relazioni, era una miscela di comunismo, radicalismo e femminismo, di Marx e Freud (dei quali parlavo prima), in altri l’intreccio profondo della dimensione personale con quella sociale e politica veniva da Gesú e Baden Powell, da Papa Giovanni e John Kennedy e Martin Luther King, dall’idea che il vero modo di essere felici è fare felici gli altri, che il vero successo nel lavoro e nell’amore non è  l’affermazione individuale ma la costruzione di una famiglia, di una città, di un mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato. Ma il fluido dei sogni lambiva e collegava tutti, cosicché, in quei pochi anni in cui passavo dalle medie al liceo e poi all’università, non ci sentivamo piú irrimediabilmente divisi in cattolici e comunisti, e non eravamo ancora divisi in tribú metropolitane fra loro incomunicabili (quelli dei concertoni, quelli dello stadio, i fighetti dei quartieri ricchi, gli sfigati antagonisti, i forzati della discoteca, quelli della parrocchia, eccetera). A me pare di poter dire, ma certo non sono obbiettivo, che il merito di questa “ecumene giovanile”, di questo raro momento d’incontro trasversale (ricco naturalmente di grandi discussioni che ci costringevano a leggere parecchio), sia in grande parte legato agli straordinari leader cristiani che elencavo: sono loro che, oltre a grandiose visioni di rinnovamento, giustizia e pace capaci di far sognare –uno dei discorsi piú famosi di M. L. King cominciava con le parole “Io ho un sogno…”– avevano anche un metodo e uno stile nuovo: il dialogo e la fiducia negli altri, nel mondo, nella vita; il coraggio intellettuale, la capacità e la volontà di confrontarsi con la realtà e con gli altri, alla ricerca delle opportunità di bene nascoste in ogni interlocutore e in ogni circostanza, del lato buono che c’è in ogni cosa, come insegnava già il fondatore degli Scout.

Dai sogni possono però nascere anche incubi e ossessioni che fanno vivere peggio. In uno dei Fioretti a frate Rufino appare piú volte Gesú crocifisso, che lo scoraggia: non sarà nel novero degli eletti, è inutile pregare e sforzarsi nel bene, tanto saranno dannati sia lui che frate Francesco. Solo grazie a San Francesco il sogno viene correttamente interpretato come una tentazione del Diavolo in persona, e a frate Rufino viene anche suggerito un modo per sincerarsene efficacemente (andate a rileggervi il fioretto: il finale, da bambino, mi faceva tanto ridere!). Un'interpretazione è necessaria anche per i sogni buoni. Samuele ha bisogno di Eli per capire chi è che lo chiama nella notte (primo libro di Samuele, capitolo 3); e non parliamo di Giuseppe (Genesi 37), vero mago dell’interpretazione: avete visto Il Principe dei sogni? Occorre discernimento e un intelligente e responsabile rapporto con la realtà affinché i sogni, anziché in paradisi artificiali e fughe dalla realtà o incubi, possano trasformarsi in disegni e progetti che ci aiutano a vivere meglio.

Forse non tutti i leader
politici e culturali di spicco vivevano lo stile del dialogo e della fiducia con altrettanta sincerità e slancio dei leader cristiani di cui parlavo prima; o forse i sistemi di pensiero materialisti cui si richiamavano erano troppo dogmatici e praticamente impermeabili al confronto con altre idee e con la realtà, e perciò anche refrattari alle smentite e alle correzioni di rotta che il confronto poteva suggerire. Fatto sta che una breve stagione fatta di musica, poesia, sogni di pace amore e nonviolenza, ecumene giovanile, assemblee in cui tutti avevano diritto di parola e si parlava abbastanza pacificamente, che nei miei ricordi associo al ginnasio (dal 1968 al 1970), sfociò gradualmente, negli anni del mio liceo e università, in una lunga stagione di violenza politica per alcuni, di fuga nei paradisi artificiali della droga per altri, di comuni giovanili ed esperimenti di amore libero e collettivo per altri ancora. Alcuni definiscono formidabili quegli anni; ma nella mia memoria quella stagione, non solo per motivi personali e familiari, è associata a molte vittime, molte macerie e poche costruzioni.

Forse qualcuno, come i miei genitori, si rendeva conto anche allora di questo possibile esito: passavano infatti intere notti a discutere con noi figli tentando di farci discernere il bene dal male, di cogliere bellezza e opportunità di alcuni slanci, di alcuni sogni; ma anche i pericoli, l’abisso di violenza o di individualismo e radicale egoismo nascosti in altri slogan e altre mode. Ma al di là delle macerie, delle tante vite distrutte non solo dal terrorismo ma anche dalla droga e dal fallimento affettivo di certi esperimenti, il fatto per me piú sconcertante è ritrovare oggi molti dei superstiti di quegli anni, miei coetanei o di poco piú vecchi, che ai miei tempi professavano ideali rivoluzionari e rifiuto della “famiglia borghese”, come bagnanti di spiagge esclusive, come signori con maggiordomo e cameriera fissi, come uomini di potere, come pazienti di costose cliniche private, eccetera. E non parlo solo di quelli come Paolo Liguori, che sono passati con disinvoltura da Lotta Continua ai telegiornali di Berlusconi: parlo anche di intellettuali e professori di sinistra, di amici dei tempi dell’università, di gente che ho conosciuto personalmente, per la quale non avrei mai creduto che sarebbe valso il triste motto del paesino di Silone: anarchici a vent’anni, conservatori a trenta. Conservatori non necessariamente nel voto, ma certo nello stile di vita, nel cinismo professionale, nella tristezza delle ambizioni borghesi, nella morte degli ideali.

Eppure…eppure qualcosa di buono è rimasto di quegli anni. Non sono capace di sintesi e ampie visioni sociologiche e culturali, ma mi sembra di poter dire che alcuni sogni di quegli anni, vissuti in chiave problematica anche da cristiani aperti come i miei genitori (un’altra parte della chiesa, poi, vedeva in essi l’imminente avvento di Sodoma e Gomorra e/o della persecuzione comunista), sono sopravvissuti e in parte realizzati, non so quanto paradossalmente, anche grazie ai cristiani. Sarò fazioso e poco obbiettivo, ma fra le poche famiglie dove vedo padre e madre servire tutti e due a tavola, condividere lavoro domestico e educazione dei figli e vivere senza lussi e consumi esagerati e senza schiavitú televisive o informatiche trovo, in buona parte, le famiglie della mia parrocchia; fra i giovani che in questi anni di Grandi Fratelli e Veline vedo impegnati nel servizio dei piú piccoli e degli ultimi, ma anche per la pace e la giustizia nel commercio internazionale, trovo, in buona parte, i giovani delle nostre associazioni; eccetera. Insomma mi pare di poter dire che la comunità cristiana ha aiutato almeno alcuni di noi a interpretare i sogni di quegli anni, a coglierne il senso profondo e buono discernendo il bene dal male, a tradurli in progetti di vita sostenibile e gioiosa: a salvarne insomma qualche pezzetto, evitando che si risolvessero solo nell’incubo, nella delusione del risveglio, nel nulla. Mi pare di poter aggiungere, ma non vorrei scadere nella campagna elettorale, che anche in politica, nel tumulto dei cambiamenti nazionali e mondiali di questi ultimi vent’anni,  alcuni leader
cristiani siano stati in prima fila nel mantenere vivo il sogno di una società piú giusta e di un mondo piú pacifico.

Perciò conservo anche per il futuro la fiducia che, alla luce del Vangelo che ci passiamo da una generazione all’altra, i sogni, anche quelli piú strani, possano essere filtrati, interpretati, ricondotti a progetti di vita buona e felice; e possano allora non solo dilatare per un attimo il nostro cuore e la nostra fantasia, ma anche diventare segno e aiutarci a scoprire la nostra strada, la nostra vocazione, il sorriso di Dio sulla nostra vita: un disegno misterioso di amore e di felicità che comprende e supera anche i sogni piú dolci e piú belli.

[Giovanni Bachelet]